Home
Anno XI - Gennaio 2010
 
Chi si dà da fare
Coltelli Moledda, Piredda, Vacca e Tolu
Ticca propone anche lesorjeddas in oro

Molti gli hobbisti ma c’è anche chi vende e si fa giustamente pagare

 

di Gianluca Corsi

hf

L’artigiano Gino Moledda nel suo laboratorio di Nuoro;

In Sardegna l’arte di forgiare lame significa dominare la forza primordiale del fuoco, ma anche carpire il segreto millenario dell’uso dei metalli. Per i sardi, insomma, è l’espressione dell’intelligenza e della cultura dell’uomo. Lo dimostra la stessa profondità di certi proverbi: «Su chi est in intro de su coro l’ischit Deus e i su punzone» (Ciò che sta dentro il cuore lo sanno Dio e il pugnale).
A Nuoro non si può parlare di “lesorjas” senza citare Franco Piredda. Vent’anni di passione ad alta intensità alle spalle, un interesse non solo per i coltelli, ma anche per i materiali che li caratterizzano (acciai, corna, legni), oltre che per le varie tecniche di lavorazione. Il risultato più evidente di questa passione è che alla “scuola” di Piredda, e con i suoi materiali, sono nati la stragrande maggioranza dei coltellinai della zona (A. Catgiu P. Pinna, S. Pudda, P. F. Sanna, A. Gallotta, P. Elias, M. Crobu ecc.). 
«Produco esclusivamente coltelli di qualità – spiega Franco Piredda –, la cui destinazione è sempre l’utilizzo, mai il mero collezionismo, cosciente del fatto che sono prodotti di eccellente artigianato e non d’arte». È risaputo, infatti, che la lavorazione tradizionale dei coltelli apparteneva ad un patrimonio culturale che si trasmetteva da generazione in generazione. I giovani apprendevano quest’arte attraverso l’osservazione diretta del lavoro dei “frailarjos” (fabbri). «Si tratta di un’usanza antica – conferma Piredda – che trae la sua origine nella fucina del fabbro. Quest’ultimo donava il coltellino alla fine del lavoro che gli era stato commissionato (ad esempio la costruzione di una ringhiera in ferro battuto o di una recinzione). Nel mio caso posso dire che le forme precise che si leggono nei miei coltelli vengono dal rispetto dei canoni stilistici e di eleganza del coltello sardo, regole tanto spesso trascurate dai coltellinai con la scusante del “manufatto personale o artistico». D’altra parte ben pochi altri oggetti si prestano ad una simbiosi con la sardità. È sempre stato un complemento assolutamente immancabile nell’universo agro-pastorale sardo, tanto che l’antropologo Bachisio Bandinu, a questo proposito, lo definisce giustamente il “prolungamento della mano”. «L’uomo sardo – continua Franco Piredda – è naturalmente ben disposto verso il coltello. Se io dovessi esporre su un tavolo alcuni oggetti di valore e, tra questi, ci mettessi un bell’esemplare di coltello a serramanico finemente lavorato, sono convinto che i sardi si avvicinerebbero immediatamente a quest’ultimo. È un qualcosa di molto profondo, che non necessariamente si può riuscire a spiegare».
Un rapporto che nasce da lontano, quello tra i sardi e il coltello. Sa lesorja trae origine dalle prime armi fatte di punte di ossidiana. La preziosa materia veniva usata per fare armi, punte affilate, coltelli e utensili per procacciarsi il cibo e nutrirsi. I metalli hanno poi sostituto l’ossidiana nella realizzazione dei coltelli, necessari a compiere operazioni che si ripetono nel tempo. Ne è un valido esempio l’uccisione del maiale, sorta di rito a cui seguiva la preparazione di insaccati e altri alimenti che dovevano garantire il sostentamento anche nel resto dell’anno. Già i Nuragici, lavorando il bronzo con rame e stagno, realizzavano spade, coltelli, pugnali, accette. Lo attestano, fra l’altro, numerosi ritrovamenti di matrici in steatite, che servirono proprio per la fabbricazione dei pugnali. Ma è attorno al 1130-1140, con l’arrivo in Sardegna dei Templari di ritorno dalle Crociate, che la produzione delle lame, grazie alle conoscenze importate dall’Oriente, diventa ancora più specializzata. Anche l’influenza culturale spagnola aveva fornito senz’altro il suo contributo di esperienza secolare. Proprio le leggi varate in età spagnola e piemontese si erano prefissate di regolamentare l’uso e la detenzione delle armi da taglio, nel tentativo di limitare i pericoli di disordine pubblico. È da questo particolare momento storico che si sono diffusi i coltelli a serramanico, la cui lama, nascosta all’interno dell’impugnatura, poteva però essere facilmente estratta in caso di necessità. 
 

ukyfukj

Franco Piredda che entro il mese si trasferirà nel Corso Garibaldi al civico 53

Oggi in Sardegna c’è una specie di culto per il coltello. Ci sono perfino differenti vocaboli per definire il coltello tascabile (lesorja, resolza, arresoa, orrosòa ecc.), derivante dalla “rasoria” latina (così chiamato proprio perché la loro funzione preponderante era quella di servire per radere la barba), che era per definizione il coltello chiudibile, decisamente più amato dai sardi, e quello a lama fissa (liputzu, leputzu, bolteddu ecc.). Una sfumatura simile esiste in Spagna (navaja il chiudibile, cucillo quello a lama fissa), ma non nella lingua italiana. 
Ogni artigiano arricchisce ora la lavorazione con la sua tecnica, trasformando un oggetto d’uso comune in opera d’arte. Come Gino Moledda, che a Nuoro ha la sua coltelleria in via San Nicolò, subito dopo la “corte de sos sette fochiles”, dietro via Lamarmora. Figlio d’arte (suo padre, Sebastiano, aveva iniziato a fare l’artigiano negli anni Sessanta), con un diploma in tasca e poche opportunità di lavoro in giro, Gino Moledda aveva optato per la bottega di famiglia. Così, nell’Ottanta, la bottega è passata nelle sue mani. Da allora la passione (ma sotto la brace covava già un fuoco naturale, come per tutti i sardi) è diventata via via più forte. «Oggi ho una clientela variegata – afferma l’artigiano nuorese – fatta per lo più di appassionati, collezionisti, ma anche pastori. Il classico coltello sardo era un coltello da lavoro, leggero e maneggevole, facilmente riponibile in tasca e utilizzabile in ogni momento». I materiali più usati sono sempre il corno di montone e la lama d’acciao. Alcuni artigiani, come Franco Piredda, si stanno avvicinando ad altri materiali, come l’affascinante acciaio Damasco, che nasce dall’accoppiaggio di diversi acciai saldati a fuoco e produce un effetto particolare in cui sono riconoscibili i diversi “strati”. «Oggi – continua Moledda – nel mio lavoro cerco di accontentare i gusti del cliente, soprattutto nel disegno del prodotto. In linea di massima però preferisco il coltello come oggetto di utilità: mi dà maggiori soddisfazioni».
Il cambiamento della funzione del coltello sardo, da oggetto di uso quotidiano a simbolo della Sardegna, c’è stato negli anni Sessanta, in corrispondenza dell’emigrazione della forza lavoro isolana verso le fabbriche del nord del paese. In quel periodo gran parte degli artigiani hanno abbandonato le botteghe, e così la coltelleria ha subìto una radicale riduzione. Negli anni Settanta, però, contemporaneamente alla riduzione del numero degli artigiani regionali, il mercato del coltello ha subìto una profonda trasformazione. Il progressivo aumento dei flussi turistici e il migliorato potere d’acquisto dei consumatori hanno fatto sì che il coltello venisse acquistato, non solo per le sue funzioni tradizionali, ma anche come oggetto in grado di richiamare la cultura e le tradizioni dell’Isola.
La fama dei coltellinai sardi è riconosciuta ormai ovunque, e negli ultimi anni Nuoro ha dato il suo importante contributo. Lo stesso Moledda ha partecipato ad alcune mostre a Milano, in Toscana e, alcuni anni fa, i suoi coltelli erano stati finiti a New York, durante un’esposizione itinerante curata dall’Isola. Franco Piredda, invece, è stato addirittura promotore di due edizioni della “Mostra del Coltello Artigianale-Artistico-Da Collezione”, con quaranta espositori da tutta l’Isola, entrambe organizzate nel capoluogo barbaricino con grande afflusso di visitatori. Per rendersene conto basta cliccare nel sito curato da Piredda www.coltellisardi.it.
 

lyhl

Ma oltre che oggetto di uso quotidiano per la cultura agropastorale e, talvolta strumento di offesa e di vendetta per placare odii atavici, il coltello sardo è diventato oggi una sorta di “status symbol” da collezionare o sfoggiare come il più prezioso dei gioielli. Ne sono una chiara testimonianza le “Lesorjeddas” in oro realizzate da Massimo Ticca, nel laboratorio orafo che condivide col fratello Gianfranco in corso Garibaldi 152. Proprio Gianfranco era stato il primo, venticinque anni fa, a cimentarsi con la riproposizione del coltello, dal manico rigorosamente in corno, nell’ambito dell’oreficeria tradizionale. «Circa sei, sette anni fa – commenta Massimo Ticca, classe 1972, una tradizione orafa che affonda le radici in famiglia – un amico mi aveva commissionato il primo coltellino. Da allora la strada è stata tutta in discesa». Il passaparola ha fatto il resto, e oggi “Sa lesorja” ha conquistato una vasta clientela. 
Nel punto vendita di Nuoro, tra fedine e bottoni sardi in filigrana, “zoicas” e “caras de coraddu”, è possibile imbattersi nei piccoli capolavori delle creazioni Ticca: il coltellino chiudibile più piccolo non arriva a misurare 1 centimetro e mezzo. Tutto rigorosamente a mano. Roba da perderci la vista, insomma. «Li faccio senza misura standard, così che il risultato finale sia un vero pezzo unico. Parto dal corno di montone grezzo, che ritaglio col seghetto per dargli la forma “a lima” del manico. Poi aggiungo l’anima, il collare e la lama in oro giallo. In alternativa si possono usare l’oro bianco e l’argento». Oggi la fama dei coltellini in oro di Ticca ha varcato i confini nuoresi, e i clienti sembrano fare a gara per avere il ciondolino o il portachiavi con la “Lesorja” personalizzata. 
Anche per Edilio Vacca, nato a Nuoro nel 1952, la lavorazione artistica del coltello sardo è diventato opportunità di lavoro, un passato di manutentore meccanico, è uno dei più eclettici: «La passione per il disegno mi ha portato ad usare la tecnica delle incisioni “scrimshaw” nei materiali duri di cui son fatti i manici dei coltelli. È più o meno lo stesso procedimento usato per fare i tatuaggi». Attraverso la tecnica della “punzecchiatura”, che richiede una precisione da miniaturisti, Vacca produce coltelli a serramanico che ritraggono animali, volti e perfino i mamuthones, dall’impatto decisamente realistico. Il risultato è un’arte che, pur rispettando la tradizione, sa confrontarsi con materiali nuovi ed evolversi verso nuove sperimentazioni. Come il manico fatto in policarbonato e il minicoltellino da guinnes: sì e no cinque millimetri.
Hobbysta è Francesco Tolu nella sua casa di piazza Veneto. Ex tecnico un tempo a Ottana, Tolu produce una ventina di eccellenti coltelli all’anno. Li vende? “Anche gli hobbysti vendono ma i miei coltelli sono soprattutto omaggio ad amici, fattus sun su coru” dice nella parlata di Escalaplano, suo paese natale. Quello che non è mai cambiato è il rapporto speciale tra i sardi e il coltello, come testimoniano i versi di Antioco Casula, alias “Montanaru”: Sempre lughente parias de prata / segaias che su pensamentu / isplende sa pedde ind’ unu ‘entu / comente chi aeres giutu fogu in s’ata. (Sempre splendente d’argento parevi / tagliavi come il pensiero / radendo d’un vento le pelli lanose / come se avessi il fuoco nella lama).
 




 

 

 
 
Copyright 2000 © Sardinews online - All rights reserved