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L’artigiano Gino Moledda nel
suo laboratorio di Nuoro; |
In Sardegna l’arte di forgiare lame
significa dominare la forza primordiale
del fuoco, ma anche carpire il segreto
millenario dell’uso dei metalli. Per i
sardi, insomma, è l’espressione
dell’intelligenza e della cultura
dell’uomo. Lo dimostra la stessa
profondità di certi proverbi: «Su chi
est in intro de su coro l’ischit Deus e
i su punzone» (Ciò che sta dentro il
cuore lo sanno Dio e il pugnale).
A Nuoro non si può parlare di “lesorjas”
senza citare Franco Piredda.
Vent’anni di passione ad alta intensità
alle spalle, un interesse non solo per i
coltelli, ma anche per i materiali che
li caratterizzano (acciai, corna,
legni), oltre che per le varie tecniche
di lavorazione. Il risultato più
evidente di questa passione è che alla
“scuola” di Piredda, e con i suoi
materiali, sono nati la stragrande
maggioranza dei coltellinai della zona
(A. Catgiu P. Pinna, S. Pudda, P. F.
Sanna, A. Gallotta, P. Elias, M. Crobu
ecc.).
«Produco esclusivamente coltelli di
qualità – spiega Franco Piredda –, la
cui destinazione è sempre l’utilizzo,
mai il mero collezionismo, cosciente del
fatto che sono prodotti di eccellente
artigianato e non d’arte». È risaputo,
infatti, che la lavorazione tradizionale
dei coltelli apparteneva ad un
patrimonio culturale che si trasmetteva
da generazione in generazione. I giovani
apprendevano quest’arte attraverso
l’osservazione diretta del lavoro dei
“frailarjos” (fabbri). «Si tratta di
un’usanza antica – conferma Piredda –
che trae la sua origine nella fucina del
fabbro. Quest’ultimo donava il
coltellino alla fine del lavoro che gli
era stato commissionato (ad esempio la
costruzione di una ringhiera in ferro
battuto o di una recinzione). Nel mio
caso posso dire che le forme precise che
si leggono nei miei coltelli vengono dal
rispetto dei canoni stilistici e di
eleganza del coltello sardo, regole
tanto spesso trascurate dai coltellinai
con la scusante del “manufatto personale
o artistico». D’altra parte ben pochi
altri oggetti si prestano ad una
simbiosi con la sardità. È sempre stato
un complemento assolutamente immancabile
nell’universo agro-pastorale sardo,
tanto che l’antropologo Bachisio Bandinu,
a questo proposito, lo definisce
giustamente il “prolungamento della
mano”. «L’uomo sardo – continua Franco
Piredda – è naturalmente ben disposto
verso il coltello. Se io dovessi esporre
su un tavolo alcuni oggetti di valore e,
tra questi, ci mettessi un bell’esemplare
di coltello a serramanico finemente
lavorato, sono convinto che i sardi si
avvicinerebbero immediatamente a quest’ultimo.
È un qualcosa di molto profondo, che non
necessariamente si può riuscire a
spiegare».
Un rapporto che nasce da lontano, quello
tra i sardi e il coltello. Sa lesorja
trae origine dalle prime armi fatte di
punte di ossidiana. La preziosa materia
veniva usata per fare armi, punte
affilate, coltelli e utensili per
procacciarsi il cibo e nutrirsi. I
metalli hanno poi sostituto l’ossidiana
nella realizzazione dei coltelli,
necessari a compiere operazioni che si
ripetono nel tempo. Ne è un valido
esempio l’uccisione del maiale, sorta di
rito a cui seguiva la preparazione di
insaccati e altri alimenti che dovevano
garantire il sostentamento anche nel
resto dell’anno. Già i Nuragici,
lavorando il bronzo con rame e stagno,
realizzavano spade, coltelli, pugnali,
accette. Lo attestano, fra l’altro,
numerosi ritrovamenti di matrici in
steatite, che servirono proprio per la
fabbricazione dei pugnali. Ma è attorno
al 1130-1140, con l’arrivo in Sardegna
dei Templari di ritorno dalle Crociate,
che la produzione delle lame, grazie
alle conoscenze importate dall’Oriente,
diventa ancora più specializzata. Anche
l’influenza culturale spagnola aveva
fornito senz’altro il suo contributo di
esperienza secolare. Proprio le leggi
varate in età spagnola e piemontese si
erano prefissate di regolamentare l’uso
e la detenzione delle armi da taglio,
nel tentativo di limitare i pericoli di
disordine pubblico. È da questo
particolare momento storico che si sono
diffusi i coltelli a serramanico, la cui
lama, nascosta all’interno
dell’impugnatura, poteva però essere
facilmente estratta in caso di
necessità.
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Franco Piredda che entro il
mese si trasferirà nel Corso
Garibaldi al civico 53 |
Oggi in Sardegna c’è una specie di
culto per il coltello. Ci sono perfino
differenti vocaboli per definire il
coltello tascabile (lesorja, resolza,
arresoa, orrosòa ecc.), derivante dalla
“rasoria” latina (così chiamato proprio
perché la loro funzione preponderante
era quella di servire per radere la
barba), che era per definizione il
coltello chiudibile, decisamente più
amato dai sardi, e quello a lama fissa (liputzu,
leputzu, bolteddu ecc.). Una sfumatura
simile esiste in Spagna (navaja il
chiudibile, cucillo quello a lama
fissa), ma non nella lingua italiana.
Ogni artigiano arricchisce ora la
lavorazione con la sua tecnica,
trasformando un oggetto d’uso comune in
opera d’arte. Come Gino Moledda, che a
Nuoro ha la sua coltelleria in via San
Nicolò, subito dopo la “corte de sos
sette fochiles”, dietro via Lamarmora.
Figlio d’arte (suo padre, Sebastiano,
aveva iniziato a fare l’artigiano negli
anni Sessanta), con un diploma in tasca
e poche opportunità di lavoro in giro,
Gino Moledda aveva optato per la bottega
di famiglia. Così, nell’Ottanta, la
bottega è passata nelle sue mani. Da
allora la passione (ma sotto la brace
covava già un fuoco naturale, come per
tutti i sardi) è diventata via via più
forte. «Oggi ho una clientela variegata
– afferma l’artigiano nuorese – fatta
per lo più di appassionati,
collezionisti, ma anche pastori. Il
classico coltello sardo era un coltello
da lavoro, leggero e maneggevole,
facilmente riponibile in tasca e
utilizzabile in ogni momento». I
materiali più usati sono sempre il corno
di montone e la lama d’acciao. Alcuni
artigiani, come Franco Piredda, si
stanno avvicinando ad altri materiali,
come l’affascinante acciaio Damasco, che
nasce dall’accoppiaggio di diversi
acciai saldati a fuoco e produce un
effetto particolare in cui sono
riconoscibili i diversi “strati”. «Oggi
– continua Moledda – nel mio lavoro
cerco di accontentare i gusti del
cliente, soprattutto nel disegno del
prodotto. In linea di massima però
preferisco il coltello come oggetto di
utilità: mi dà maggiori soddisfazioni».
Il cambiamento della funzione del
coltello sardo, da oggetto di uso
quotidiano a simbolo della Sardegna, c’è
stato negli anni Sessanta, in
corrispondenza dell’emigrazione della
forza lavoro isolana verso le fabbriche
del nord del paese. In quel periodo gran
parte degli artigiani hanno abbandonato
le botteghe, e così la coltelleria ha
subìto una radicale riduzione. Negli
anni Settanta, però, contemporaneamente
alla riduzione del numero degli
artigiani regionali, il mercato del
coltello ha subìto una profonda
trasformazione. Il progressivo aumento
dei flussi turistici e il migliorato
potere d’acquisto dei consumatori hanno
fatto sì che il coltello venisse
acquistato, non solo per le sue funzioni
tradizionali, ma anche come oggetto in
grado di richiamare la cultura e le
tradizioni dell’Isola.
La fama dei coltellinai sardi è
riconosciuta ormai ovunque, e negli
ultimi anni Nuoro ha dato il suo
importante contributo. Lo stesso Moledda
ha partecipato ad alcune mostre a
Milano, in Toscana e, alcuni anni fa, i
suoi coltelli erano stati finiti a New
York, durante un’esposizione itinerante
curata dall’Isola. Franco Piredda,
invece, è stato addirittura promotore di
due edizioni della “Mostra del Coltello
Artigianale-Artistico-Da Collezione”,
con quaranta espositori da tutta
l’Isola, entrambe organizzate nel
capoluogo barbaricino con grande
afflusso di visitatori. Per rendersene
conto basta cliccare nel sito curato da
Piredda www.coltellisardi.it.
Ma oltre che oggetto di uso
quotidiano per la cultura agropastorale
e, talvolta strumento di offesa e di
vendetta per placare odii atavici, il
coltello sardo è diventato oggi una
sorta di “status symbol” da collezionare
o sfoggiare come il più prezioso dei
gioielli. Ne sono una chiara
testimonianza le “Lesorjeddas” in oro
realizzate da Massimo Ticca, nel
laboratorio orafo che condivide col
fratello Gianfranco in corso Garibaldi
152. Proprio Gianfranco era stato il
primo, venticinque anni fa, a cimentarsi
con la riproposizione del coltello, dal
manico rigorosamente in corno,
nell’ambito dell’oreficeria
tradizionale. «Circa sei, sette anni fa
– commenta Massimo Ticca, classe 1972,
una tradizione orafa che affonda le
radici in famiglia – un amico mi aveva
commissionato il primo coltellino. Da
allora la strada è stata tutta in
discesa». Il passaparola ha fatto il
resto, e oggi “Sa lesorja” ha
conquistato una vasta clientela.
Nel punto vendita di Nuoro, tra fedine e
bottoni sardi in filigrana, “zoicas” e
“caras de coraddu”, è possibile
imbattersi nei piccoli capolavori delle
creazioni Ticca: il coltellino
chiudibile più piccolo non arriva a
misurare 1 centimetro e mezzo. Tutto
rigorosamente a mano. Roba da perderci
la vista, insomma. «Li faccio senza
misura standard, così che il risultato
finale sia un vero pezzo unico. Parto
dal corno di montone grezzo, che
ritaglio col seghetto per dargli la
forma “a lima” del manico. Poi aggiungo
l’anima, il collare e la lama in oro
giallo. In alternativa si possono usare
l’oro bianco e l’argento». Oggi la fama
dei coltellini in oro di Ticca ha
varcato i confini nuoresi, e i clienti
sembrano fare a gara per avere il
ciondolino o il portachiavi con la
“Lesorja” personalizzata.
Anche per Edilio Vacca, nato a Nuoro nel
1952, la lavorazione artistica del
coltello sardo è diventato opportunità
di lavoro, un passato di manutentore
meccanico, è uno dei più eclettici: «La
passione per il disegno mi ha portato ad
usare la tecnica delle incisioni
“scrimshaw” nei materiali duri di cui
son fatti i manici dei coltelli. È più o
meno lo stesso procedimento usato per
fare i tatuaggi». Attraverso la tecnica
della “punzecchiatura”, che richiede una
precisione da miniaturisti, Vacca
produce coltelli a serramanico che
ritraggono animali, volti e perfino i
mamuthones, dall’impatto decisamente
realistico. Il risultato è un’arte che,
pur rispettando la tradizione, sa
confrontarsi con materiali nuovi ed
evolversi verso nuove sperimentazioni.
Come il manico fatto in policarbonato e
il minicoltellino da guinnes: sì e no
cinque millimetri.
Hobbysta è Francesco Tolu nella sua casa
di piazza Veneto. Ex tecnico un tempo a
Ottana, Tolu produce una ventina di
eccellenti coltelli all’anno. Li vende?
“Anche gli hobbysti vendono ma i miei
coltelli sono soprattutto omaggio ad
amici, fattus sun su coru” dice nella
parlata di Escalaplano, suo paese
natale. Quello che non è mai cambiato è
il rapporto speciale tra i sardi e il
coltello, come testimoniano i versi di
Antioco Casula, alias “Montanaru”:
Sempre lughente parias de prata /
segaias che su pensamentu / isplende sa
pedde ind’ unu ‘entu / comente chi aeres
giutu fogu in s’ata. (Sempre splendente
d’argento parevi / tagliavi come il
pensiero / radendo d’un vento le pelli
lanose / come se avessi il fuoco nella
lama).